Le speranze del nuovo Piano sociale regionale pubblicato il 02/04/2016

Intervento dell'Assessore Marinella Sclocco in occasione della presentazione della bozza di Profilo sociale e delle Linee guida

Sono particolarmente emozionata perché questo appuntamento lo aspettavo da più di un anno, da quando abbiamo lanciato la riforma delle politiche sociali dell’Abruzzo alla presenza del ministro Poletti. Sono contenta di rivedere tanti di voi, che hanno partecipato ai diversi appuntamenti, presenti anche oggi.

Questa sera siamo qui per presentarvi la bozza dei documenti propedeutici alla stesura del Piano sociale e che faranno parte integrante di esso: ovvero il Profilo sociale regionale e le Linee Guida per il nuovo Piano sociale regionale.

Lo dico subito a scanso di equivoci: le bozze che vi presentiamo oggi, che potete reperire anche sul sito dell’Osservatorio e sul sito www.abruzzosociale.it, sono aperte ai vostri contributi e suggerimenti. Così come sono essi stessi frutto del percorso partecipato della riforma che abbiamo iniziato ad ottobre 2014 e proseguito nel 2015.

Dall’ultimo Piano sociale del 2011 ad oggi sono passati 5 anni di calendario, ma in realtà la situazione sociale dell’Abruzzo è completamente cambiata. Non solo perché il terremoto, la crisi economica, il ritardo strutturale l’hanno aggravata, ma anche perché è cambiato lo scenario delle politiche sociali.

L’Abruzzo reclama diritti, l’Abruzzo vuole cambiare!

Non è un slogan, è la verità. L’esigenza del cambiamento è emersa sempre in questi mesi di lavoro partecipato sulla riforma, specie a livello istituzionale.

Ho trovato Sindaci aperti e disponibili, pronti ad offrire tutta la loro collaborazione per portare la nostra Regione agli stessi standard delle altre Regioni, anche rinunciando allo status quo e accettando il cambiamento. Eravamo fra le prime regioni venti anni fa, abbiamo accumulato ritardi, di questo c’è piena consapevolezza e quindi c’è la disponibilità a rimettere in discussione gli equilibri oramai sclerotizzati per trovare nuove risposte ai bisogni dei cittadini.  Certo, ho trovato anche resistenze al cambiamento fra i Sindaci, ma spesso legate alla paura di perdere centralità e importanza per il proprio Comune, mentre il Piano sociale, come vedremo, dà oggi ai Comuni un potere e una forza molto più ampie del passato. Ci sono state critiche, a volte anche aspre, che però sono state utili per realizzare un quadro di riforma più inclusivo e concepito da più punti di vista. E alla fine si sta comprendendo che ambiti sociali più grandi significano anche più fondi da gestire, più risorse da ottimizzare in scala, più forza e più potere di rappresentanza davanti alla ASL e alla Regione stessa.

Sono stati i Sindaci a convincerci del fatto che l’integrazione socio-sanitaria andava fatta dando maggiore centralità al ruolo dei Comuni e non solo delegando alla ASL. Sono stati i Sindaci a chiederci di avere un quadro programmatorio unico, che tenesse insieme i Fondi regionali, nazionali ed europei. Sono stati i Sindaci a chiederci di disegnare i Livelli essenziali di assistenza dando flessibilità alle scelte di ambito rispetto ai fabbisogni sociali eterogenei dei territori abruzzesi, ed è per questo che oggi parliamo di Macrolivelli e di Obiettivi di servzio. Ringrazio, in particolare, l’ANCI, che in questi mesi ha offerto il suo contributo fondamentale per il riordino e la coincidenza fra Ambiti e Distretti. 

Ho trovato stimoli continui da parte delle Organizzazioni sindacali abruzzesi. Sono loro che hanno sollecitato un’impostazione di integrazione socio-sanitaria forte da dare al nuovo Piano. Sono loro che hanno reclamato più potere ai Comuni e alla regia pubblica dei servizi. Sono loro che hanno insistito molto perché si aprisse una nuova fase di approccio con il mondo degli anziani, promuovendo l’invecchiamento attivo, come vedremo fra poco. Sono stati i Sindacati a chiedere che gli investimenti non solo fossero più ampi (e su questo dobbiamo ancora fare dei passi avanti), ma che venissero programmati in modo unitario e strategico, evitando le dispersioni di fondi.

Ho trovato un terzo settore molto più avanti di quanto si pensi in fatto di innovazione sociale e organizzativa. Ho trovato associazioni, cooperative, organizzazioni e operatori che chiedono cambiamento, che chiedono più diritti, che chiedono di organizzare le loro risposte con strumenti innovativi. Sono state queste associazioni a ispirare tanti punti degli assetti tematici della bozza di linee guida sul nuovo Piano sociale regionale. Sono state queste associazioni a proporre la co-progettazione, come strumento aggiuntivo per creare un sistema di rapporti nuovi fra Pubblica amministrazione e Terzo settore.

Certo ho trovato anche singole associazioni che continuano a venire e a chiedere un contributo, che si sa la Regione non è più in grado di dare sia perché, e lo ripetiamo come un mantra, non ci sono più i soldi, sia perché il tempo dei contributi a pioggia è finito: oggi la Regione crea delle occasioni, pubblica bandi aperti a tutti, programma e regola il sistema dei servizi, sperimenta azioni innovative, ma non eroga più né servizi né contributi a pioggia.

Lo abbiamo chiaramente scritto nelle linee guida del Piano sociale regionale: la Regione non deve più gestire o erogare prestazioni di servizi o monetarie ai singoli cittadini, perché questo è il compito che la legge assegna ai Comuni e alle Aziende ASL.

La Regione deve occuparsi soprattutto di fare bene il proprio lavoro, ovvero deve occuparsi di far funzionare bene tutto il sistema dei servizi.

La Regione deve saper programmare bene, in modo efficace e strategico, le politiche sociali, deve saper coordinare il sistema dei servizi, deve saper distribuire in modo rispondente agli effettivi fabbisogni le risorse finanziarie agli enti locali, deve saper controllare cosa producono i soldi che distribuisce agli enti e alle organizzazioni, deve saper regolare con leggi adeguate tutto il sistema dei servizi sociali.

L’ho detto in soldoni, ma questo è il compito principale della Regione. E a questi compiti si ispirerà il nuovo Piano sociale. Noi nelle Linee Guida abbiamo chiaramente scritto che tutte le associazioni, che ricevono contributi pubblici a qualsiasi titolo, hanno anche l’OBBLIGO di partecipare con i propri servizi al Piano di zona, o meglio al Piano di ambito, perché la regia locale di tutto ciò che accade nel sociale deve essere nell’ambito sociale, nei Comuni. E tutti coloro che in un determinato territorio gestiscono servizi in virtù di fondi pubblici hanno l’obbligo, oltre che il diritto, di entrare nella programmazione del Piano sociale.

Infine, un grande incoraggiamento l’ho avuto dagli operatori sociali, dalle tante assistenti sociali, dai tanti colleghi psicologi, dagli operatori socio-sanitari, dagli educatori, da tutti coloro che ogni giorno lavorano vicino alle persone.

E’ dagli operatori sociali che abbiamo ricevuto la spinta più forte al cambiamento e al miglioramento. Sono stati gli operatori sociali a suggerire nel nuovo Piano l’esigenza di dare standard precisi di autorizzazione e accreditamento dei servizi. Sono stati gli operatori sociali a chiederci di far finire il far west delle professioni sociali, visto che ad oggi lavora nel sociale anche chi non ha i requisiti minimi di studio e professionali per farlo. Sono stati gli operatori sociali a chiederci di dare maggiore dignità al loro lavoro, ristabilendo un sistema di regole e di rispetto dei contratti di lavoro.

In questi mesi, come sapete, il problema degli operatori dell’Azienda Majella Morrone è stato al centro dell’attenzione regionale e mediatica. Spero che si risolva al più presto per la troppa sofferenza che stanno vivendo tante famiglie. Ma questo stesso problema, in forme sicuramente meno gravi, è vissuto nel quotidiano da centinaia e centinaia di altri operatori che hanno contratti di lavoro non adeguati o che percepiscono con ritardo i soldi. Di questi i giornali parlano meno, ma io li conosco e li ascolto quotidianamente. Su questo Regione e Comuni devono porre ogni possibile rimedio.

Noi come Regione abbiamo previsto nelle linee guida del Piano un sistema di anticipazioni di fondi, ma anche i Comuni devono diventare più virtuosi nel saperli gestire.

Abbiamo fatto un controllo sui rendiconti degli anni scorsi e abbiamo scoperto che molti ambiti non solo ritardano di mesi i rendiconti, ma al 31 dicembre non impegnano neanche tutti fondi che gli assegniamo nell’anno di riferimento. Cioè ci sono fondi che noi trasferiamo e che i Comuni neanche spendono nel corso dell’anno. Sto leggendo in questi giorni che alcuni Comuni, alle prese con i bilanci da far quadrare, cercano risorse da tagliare anche nei capitoli del sociale. Spero che questo non accada e chiedo ai Sindaci e ai Comuni di evitare ogni possibile taglio al sociale.

 

Ecco, allora, tutto ciò che è stato scritto in questi documenti deriva da questi mesi e mesi di ascolto e di partecipazione, di conoscenza e di analisi di carte e di dati.

Vorrei soffermarmi adesso su alcune PAROLE CHIAVE, che saranno subito dopo approfondite dalla Dirigente e dai tecnici che stanno supportando il Dipartimento.

La prima. L’Ambito Territoriale Sociale diventa “Ambito Distrettuale Sociale”: la nuova denominazione sottolinea che l’estensione è di tipo distrettuale (ovvero coincidente con il Distretto sanitario). Non è solo un mero fatto geografico, ma un nuovo spazio di lavoro che rafforza i poteri della Conferenza dei Sindaci anche in ambito socio-sanitario.

La seconda. Lo strumento di programmazione locale diventa “Piano sociale di ambito distrettuale”.  Tale denominazione valorizza il fatto che il Piano non è più semplicemente un “piano regolatore di zona dei servizi sociali”, ma un Piano strategico. Infatti, i Comuni sono chiamati a disegnare una propria strategia a livello locale. Per quanto riguarda la zonizzazione, in questi giorni stiamo per chiudere la consultazione con i Comuni e a breve sarà adottato un documento di sintesi per l’adeguamento con i Distretti, tenuto conto, per quanto possibile, delle osservazioni pervenute.

La terza. Integrazione sociosanitaria, specie a livello istituzionale. E’ introdotta la Convenzione socio-sanitaria: strumento per l’esercizio associato Ambito-ASL dei servizi socio-sanitari. Nasce anche la Conferenza locale integrata sociosanitaria: organo comune per l’esercizio associato socio-sanitario (formato da Conferenza Sindaci e Direttore ASL).

La quarta parola chiave è COORDINAMENTO DELLA PROGRAMMAZIONE. Il Piano sociale regionale e di ambito è uno strumento di coordinamento della programmazione. Il Piano disegna una STRATEGIA UNITARIA di programmazione di tutte le politiche sociali e socio-sanitarie di ambito. Il Piano va verso il superamento della parcellizzazione dei finanziamenti e dei programmi.

La quinta è INTEGRAZIONE DELLE RISORSE FINANZIARIE.

Il Piano sociale di ambito è finanziato direttamente con:

  • Fondo Sociale Regionale
  • Fondo Nazionale Politiche Sociali
  • Fondo per le Non Autosufficienze
  • Fondi di integrazione socio-sanitaria

Ma il Piano sociale di ambito disegna anche la strategia per l’accesso ai finanziamenti relativi a: FSE – Inclusione sociale, Fondo Vita indipendente, Fondo famiglia, Fondo nazionale lotta povertà, FSC, etc. Infatti, oltre ai Fondi diretti, il Piano sociale di ambito prevede la strategia per l’utilizzo dei 32 milioni di euro del POR FSE 2014-2020 dedicati all’inclusione sociale, dei fondi relativi al Piano nazionale di lotta alla povertà, dei fondi PON Inclusione sociale e di tutti gli altri strumenti elencati nelle linee guida.

In sintesi, la bozza delle linee guida disegna un quadro molto rinnovato del sistema di programmazione delle politiche sociali, recuperando i ritardi accumulati rispetto alle altre Regioni.

Finalmente i Comuni assumono maggiori responsabilità nella strategia e più autonomia di programmazione.

Come abbiamo detto, il Piano sociale di ambito diventa lo strumento unitario di programmazione, superando la parcellizzazione.

L’integrazione sociosanitaria viene realizzata a livello istituzionale con strumenti vincolanti di attuazione affinché possa poi essere declinata nella condivisione delle risorse e delle decisioni a livello di ambito distrettuale.

 

In conclusione, sento di ringraziare il mio collega Silvio Paolucci perché fin dal primo giorno da assessore ha condiviso il percorso dell’integrazione fra sociale e sanitario nel rispetto di questi due mondi. Come sapete, conviviamo all’interno di un unico Dipartimento, che, grazie al Direttore Muraglia e alla Dirigente Agostini, attribuisce lo stesso valore sia al sociale che alla salute e che sta progressivamente adottando una serie di misure importanti verso l’integrazione e l’innovazione dei servizi.

Chiedo a tutti di farci pervenire le vostre osservazioni entro 10 giorni. La prossima settimana faremo 4 incontri di ascolto nelle 4 province, che saranno importanti per rileggere insieme il Profilo sociale e la bozza delle Linee guida. Contemporaneamente attendiamo i vostri contributi.

Lascio spazio agli altri interventi di questa Conferenza di presentazione. Sono certa che arriveremo a dotarci di uno strumento innovativo. Sono certa che, insieme, tutti insieme, costruiremo un sistema più moderno ed efficace per dare risposte concrete alla vita delle persone.

So che stiamo cercando insieme di riallineare il nostro sistema delle politiche sociali a quello delle altre Regioni italiane ed europee e so che questo sarà possibile solo con la fiducia e la collaborazione di tutti.

Ma non voglio usare toni esagerati che sono inadatti alla sofferenza delle persone e delle tante storie di vita che ho ascoltato e condiviso in questi mesi e che da queste carte, da questi documenti vorrebbero trovare sollievo e soprattutto SPERANZA.

Ecco la parola chiave che non ho ancora detto e che è la parola chiave che hanno scelto coloro che lavorano nel sociale: SPERANZA.

Spesso l’operatrice domiciliare che entra in casa dell’anziano allettato è l’UNICA SPERANZA per quell’anziano nel declino della sua vita.

Spesso l’educatore che quotidianamente insegna a lavorare e condivide l’amicizia e le sue emozioni con il ragazzo disabile del centro diurno è l’UNICA SPERANZA per il futuro di quel ragazzo disabile.

Spesso l’assistente sociale che lavora in condizioni di precarietà è l’UNICA SPERANZA per quel bambino vittima di trascuratezza e di violenza di potercela fare a cambiare la sua vita.

Spesso lo psicologo che segue in un centro antiviolenza una donna picchiata a sangue con i suoi bambini è l’UNICA SPERANZA per un futuro più sereno per quella donna e per quei bambini.

Spesso l’operatrice che si prende in carico del giovane tossicodipendente che sta cercando di uscirne fuori con una Borsa lavoro in un’azienda è l’UNICA SPERANZA di potersi mettere alle spalle il suo passato di sofferenza.

E potrei andare avanti per ore con tutti questi casi. E tutti questi casi non conoscono certo i nostri linguaggi tecnici, ma sanno che noi che stiamo qui dovremmo fare di più per NUTRIRE LA LORO SPERANZA.

E allora, vi dico solo che, per quanto ci stiamo sforzando, quello che stiamo facendo, e che a me personalmente può forse sembrare anche tanto, è sempre il MINIMO di ciò che possiamo ancora fare per loro e per coloro che sono le uniche speranze, ovvero gli operatori sociali. L’importante è che questo MINIMO LO FACCIAMO BENE E AL MASSIMO DELLE NOSTRE CAPACITA’ E POSSIBILITA’, dobbiamo farlo cercando di condividere il nostro comune obiettivo che è quello di aumentare il benessere nostro e della nostra gente.